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A Fior di Pelle Luca Cavazzuti fotografo

I miei principi di lavoro.

Di , fotografo a Carpi · aggiornata il

Queste sono le regole con cui lavoro, io, Luca Cavazzuti, nel ritratto intimo e nel nudo d’autore. Vengono dal mio manuale Le 7 domande, scritto e non ancora pubblicato, e da anni passati da entrambe le parti dell’obiettivo. Non sono slogan: sono le condizioni senza le quali, per me, una fotografia intima non vale la pena di essere fatta. Sono i miei principi etici, messi per iscritto.

  • AutoreLuca Cavazzuti, fotografo, Carpi (Modena)
  • FonteManuale inedito Le 7 domande, capitoli 5, 6 e 7
  • Versione1.0 · 29 settembre 2026
  • Vale perServizi su richiesta e progetti artistici

I dieci principi etici

  1. La sicurezza viene prima dello scatto. Sempre. Se per ottenere una fotografia devo forzare il benessere di chi posa, quella fotografia non vale niente.
  2. Il consenso è continuo, non un assegno in bianco. Un sì dato all’inizio si può ritirare in qualsiasi momento. Durante la sessione chiedo di nuovo: “Ti senti ancora a tuo agio? Vuoi coprirti un attimo?”.
  3. Non tocco chi fotografo. Mai, nemmeno per spostare una ciocca di capelli. Se serve correggere una posizione lo mostro su di me o lo dico a parole. Se in un caso eccezionale devo avvicinarmi, chiedo il permesso ad alta voce e aspetto un sì esplicito.
  4. Esiste sempre una parola di stop. La concordiamo all’inizio: quando la pronunci la sessione si ferma all’istante, ci si copre, si accende la luce. Senza discussioni. In alcuni progetti usiamo un semaforo: verde per continuare, giallo per una pausa, rosso per fermarsi.
  5. Lavoro solo con persone maggiorenni. Nessuna eccezione, per nessun progetto.
  6. Scattare non significa pubblicare. Per ogni uso pubblico di una fotografia chiedo un consenso specifico, separato dalla liberatoria. Se la risposta è no, è no: la fiducia vale più di una pubblicazione.
  7. Nel ritocco non correggo le persone. Applico la regola delle due settimane: posso togliere ciò che sparirebbe da solo in due settimane, come un brufolo o un rossore; non tocco ciò che è permanente, come una cicatrice, un neo, una ruga d’espressione, la forma di un corpo.
  8. Sono il custode di ciò che mi viene raccontato. Le storie condivise durante una sessione non vengono mai raccontate associandole a chi le ha vissute.
  9. I file intimi si conservano con cura. Non finiscono in servizi di archiviazione pubblici o condivisi: la sicurezza digitale fa parte della fiducia.
  10. La fotografia non è terapia. Non diagnostico, non curo e non prometto trasformazioni. Osservo e ritraggo. Se un’emozione diventa troppo forte, ci fermiamo e offro tempo, acqua e presenza umana.

Da dove nascono

Il ritratto intimo è arrivato nella mia vita tardi, e da autodidatta. Ho imparato la tecnica con i corsi; il rispetto l’ho imparato soprattutto in un corso di fotografia di nudo in cui ci alternavamo anche come modelli. Stare dall’altra parte dell’obiettivo, senza vestiti, mi ha fatto capire quanto contino il tono di una richiesta, il freddo di una stanza, il tempo lasciato per rispondere. Da lì viene l’idea che guida tutto il mio lavoro: non si può portare una persona dove non si è stati per primi.

Nel manuale Le 7 domande ho raccolto queste regole in un protocollo che chiamo “architettura di fiducia”: uno spazio in cui chi posa sa in anticipo che cosa succederà, chi decide che cosa e come fermarsi. Il contrario di quella che chiamo pornografia emotiva, cioè lo sfruttamento della vulnerabilità altrui per ottenere un’immagine d’effetto.

Il fotografo invisibile

C’è un’idea che accompagna questi principi. Fare una fotografia è spesso un atto di imposizione: il fotografo proietta la propria estetica su chi ha davanti. Ricevere un’immagine è un’altra cosa: significa creare le condizioni perché l’altra persona si senta abbastanza al sicuro da mostrarsi com’è. Per questo parlo di fotografo invisibile: non chi si nasconde, ma chi mette da parte il proprio ego tecnico perché possa emergere la presenza empatica. È un percorso di sottrazione: meno luci superflue, meno pose imposte, meno correzioni.

Cosa non faccio

  • Non fotografo persone minorenni.
  • Non tocco chi posa senza un permesso esplicito, e solo in casi eccezionali.
  • Non pubblico una fotografia senza un consenso specifico per quell’uso.
  • Non modifico la forma di un corpo o di un volto in post-produzione.
  • Non prometto effetti terapeutici, cambiamenti personali o “empowerment”.
  • Non uso domande o situazioni per provocare lacrime o reazioni forti a comando.

Come segnalare un problema

Se durante o dopo un lavoro con me qualcosa non ti è sembrato rispettoso di questi principi, scrivimi a luca@cavazzuti.eu. Rispondo di persona. Questa pagina è datata e numerata: se cambierà, ne aggiornerò la versione.

Domande frequenti

Il fotografo può toccarmi durante un servizio di nudo?

No. Nel mio lavoro vale una regola di non contatto: le correzioni si mostrano o si dicono a parole. Solo in casi eccezionali chiedo il permesso ad alta voce e aspetto un sì esplicito.

Posso fermare la sessione in qualsiasi momento?

Sì. Concordiamo all’inizio una parola di stop: quando la pronunci ci si ferma subito, senza bisogno di spiegazioni.

Che cosa ritocchi nelle fotografie?

Solo ciò che sparirebbe da solo in circa due settimane, come un brufolo o un rossore, oltre a luce e colore. Cicatrici, nei, rughe e forme del corpo restano come sono.

Le mie fotografie possono essere pubblicate senza che lo sappia?

No. Ogni uso pubblico richiede un consenso specifico, separato dalla liberatoria, e un no resta un no.

Una delle domande più frequenti riguarda la presenza di una persona di fiducia durante la sessione: la trovi in posso portare qualcuno con me.

Come questi principi diventano una sessione è spiegato in Metodo e consenso. Il percorso delle immagini dopo lo scatto è in Le tue immagini. I termini usati qui sono definiti nel glossario.

Scrivimi se hai domande su come lavoro